





























Parlare del lavoro ormai è diventato difficile.

Da quando faccio politica attiva, e parlo parlo parlo e leggo leggo leggo, scrivere sul blog diventa complicato. Il fatto è semplice:i discorsi sono così complessi, così articolati, che il mio semplice parlare si perderebbe nella marea di scritti sulla rete.
Il diritto allo sciopero, la cgil, il reddito di cittadinanza, il fallimento del sistema capitalistico, il g20, la vita rubata, lo Scec... e potrei elencare altri punti di cui vorrei scrivere.
Ma come posso? Un post è troppo poco, qui è da aprire una bottiglia di vino, preparare un bel piatto di lasagne e cominciare a discutere, discutere, discutere.
Così, ormai, non posso che mettere l'accento sulla vita. Sulla dignità dell'essere umano. Perché ci sono passata anche io: questo è il mondo della competizione. Se non fai, non sei. Fa neinte se magari il tuo compito è quello di vestirti da babbo natale e consegnare pubblicità di qualche multinazionale inutile. Tu comunque sei UTILe.

UTILE: Come se l'utilità ormai fosse legata al fatto che si prende uno stipendio. Come se l'utilità non fosse legata, invece, alla soddisfazione di se stessi, alla serenità, alla sostenibilità ecologica, alla logicità dei comportamenti. La nostra vita, ormai, è subalterna alla produzione. Fa niente se la produzione è superflua, se ha portato un problema ambientale, se è mal gestita.
Produrre-consumare (e crepare, come cantavano i CCCP trent'anni fa).
Eh, ma cosa vuoi fare, bisogna lavorare, sennò si ferma tutto.
Vero, signori. Ma nessuno è contro al lavoro in sé. Anzi, cominciamo intanto a cambiare i termini. Il termine lavoro è disumanizzante. Qualsiasi operazione fisica è lavoro, anche saltellare sul posto. Se cominciassimo a riappropiarci del termine “mestiere”, anche la visione delle cose che facciamo cambierebbe. Non sono piccolezze, anche se così potrebbero sembrare.
Il succo, comunque, è lo stesso delle lotte del 1977: lavorare tutti e lavorare di meno. Oggi – come ieri – non solo si può fare, ma si deve. Si deve perché bisogna andare contro tendenza, si deve pe rtutto ciò che dice Maurizio Pallante (spero abbiate presente la decrescita felice) e di cui non ho voglia di parlare.
Vedete, il punto è che bisogna capire cosa sia il tempo.

E' un anno che non lavoro. I primi mesi sono stata malissimo. Mi sentivo una nullità, e poi la gggggente non aiuta a farti sentire meglio, ti considerano un peso, una schiena dritta, una che non c'ha voglia di fare un cazzo.
Sono andata in depressione, non sapevo cosa fare di me.
Poi, ad un certo punto, l'illuminazione. Io lavoro da quando avevo 17 anni. Ho fatto le cose più impensabili, nelle condizioni più miserabili. A volte mi è andata bene, altre male. Ma in tutto quel tempo, cosa ho fatto? Ho lavorato, portato a casa lo stipendio, mi sono guadagnata da vivere.
Ma sta lì il punto: non bisogna guadagnarsi da vivere. Vivere è un diritto, vivere è un dono e il nostro dovere è solo quello di assaporare l'esistenza.
Il nostro mestiere primario è vivere. Godere della vita, dei fiori, dei sorrisi, del contatto umano. Una volta che ci rendessimo conto che ci stanno rubando la vita, che tutto questo arrabattarci per avere cosa? Un tetto, del cibo e qualche altra minchiata di poco conto non è logico, ma soprattutto è ingiusto, tutte le lotte sociali verrebbero da sé. Perchè è dalla dignità dell'uomo che bisogna partire.
Da quando non lavoro più ho imparato a cucinare.

E bene, anche -, ho riscoperto il contatto umano autentico, ho ripreso a suonare, a scrivere con serenità e a fare politica attiva (in questo momento sto partecipando a tre progetti differenti). La gioia di esistere, di godere di se sessi, è possibile solo quando il mestiere si mescola al piacere.
Lavorare 3 ore al giorno non deve essere una lotta basata su principi idealistici. Non lo si deve pretendere per rivendicare qualcosa chiamato comunismo, anarchia o date il nome che volete.
No.
L'ideologia è perdente, se non unita alla volontà di essere felici.
Le 3 ore al giorno devono essere rivendicate perché è nostro diritto esistere. Perché lavorare 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana (bene che vada) è maledettamente ingiusto.
Perché ognuno di noi è un esemplare unico, magico, irripetibile e deve avere il giusto posto del mondo.
Che poi il mondo debba andare avanti e che abbia bisogno di produzione e lavoro, è senza dubbio così. Ma infatti nessuno dice di eliminare tutto questo. Solo, di riorganizzarlo.
Ma deve partire da noi.

Dico davvero.
Partire dal sentimento di violenza che dovrebbe scaturire ogni giorno, ogni volta che la sveglia suon a troppo presto e siete costretti a rinchiudervi in un posto senza vedere la luce del sole, per 8 lunghissime, eterne, ore.
Io lo so che tutti questi discorsi portano solo a sorrisini sarcastici. Lo so che molti scriveranno – anche se ormai non siete più molti, a causa della mia latitanza – che sono un'inguariile romantica.
Sarà, ma intanto io sono felice ed ogni passo è compiuto con estrema consapevolezza.
So che il potente spettacolo della vita è qualcosa di immenso e voglio godermelo in prima fila, sulle poltrone comode e imbottite, senza più bisogno di monocoli e binocoli, senza più bisogno di allungare il collo perché troppo lontano. Voglio sentire su di me l'ebbrezza di esistere, non affrontare passiva l'esistenza.
Lui è Claudio Lolli. Il pezzo si intitola Io ti racconto.
Io ti racconto lo squallore di una vita vissuta a ore, di gente che non sa più far l'amore.
Ti dico la malinconia di vivere in periferia, del tempo grigio che ci porta via.
Io ti racconto la mia vita il mio passato il mio presente, anche se a te, lo so, non importa niente.
Io ti racconto settimane, fatte di angosce sovrumane, vita e tormenti di persone strane.
E di domeniche feroci passate ad ascoltar le voci, di amici reclutati in pizzeria.
Io ti racconto tanta gente che vive e non capisce niente alla ricerca di un po' d'allegria.
Io ti racconto il carnevale, la festa che finisce male, le falsità di una città industriale.
Io ti racconto il sogno strano di inseguire con la mano un orizzonte sempre più lontano.
Io ti racconto la nevrosi di vivere con gli occhi chiusi, alla ricerca di una compagnia.
Ti dico la disperazione di chi non trova l'occasione per consumare un giorno da leone.
Di chi trascina la sua vita, in una mediocrità infinita con quattro soldi stretti tra le dita.
Io ti racconto la pazzia che si compra in chiesa o in drogheria, un po' di vino un po' di religione.
Ma tu che ascolti una canzone, lo sai che cos'e' una prigione? Lo sai a che cosa serve una stazione?
Lo sai che cosa è una guerra? E quante ce ne sono in terra? A cosa può servire una chitarra?
Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti, e continuiamo a dire e così sia.
Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo accorti, e continuiamo a dire così sia.






















Ecco il consueto cineforum.
Buona visione!!
I mostri di Dino Risi, 1963

Comincio subito a farmi riconoscere.
Dite quello che vi pare ma a me, il cinema italiano, continua a dare pochissime soddisfazioni. I mostri è un film insopportabile. Si ride della nostra italianità, delle nostre piccolezze, dei nostri difetti più evidenti. E fin qui, andrebbe anche bene.
E' un mio problema, questo: I mostri filmati dal regista sono proprio quelli che incontro ogni giorno per strada, quelli che odio e che vorrei eliminare. Vederli anche in un film, invece di rilassarmi e divertirmi, mi fa arrabbiare doppiamente.
Un paio di scenette divertenti ci sono come L'educazione sentimentale (con Tognazzi, che adoro) da cui ho preso il dialogo trascritto qui sotto.
Ugo Tognazzi, padre cinico, insegna la disonestà al figlio Ricky, che qualche anno dopo lo ucciderà
– Ma quali poveri? I poveri non esistono. Ma lo sai che perfino i mendicanti sono pieni di milioni? Lo sai che quando muore un povero gli trovano i biglietti da mille dentro il materasso?
Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, 1956

Se mi chiedessero una top ten di film, sicuramente questo capolavoro ci entrerebbe di sicuro. Il senso della vita, la sensazione di valogare senza meta per le strade dell'esistenza, la continua ricerca di ciò che forse non esiste. Senza risposte, senza indizi, solo una vaga intuizione di divinità che non si sa se sia solo speranza o realtà.
L'uomo senza fede ha un cammino difficile ma tutti, I fedeli e I peccatori, non possono che attendere di andare incontro alla morte che osserva, col sorriso ironico e impietoso, tutto il nostro rincorrere risposte che non hanno domande.
Meraviglioso. Ingmar Bergman è uno dei miei registi preferiti.
Il cavaliere Antonius Block alla Morte:
Storia d'amore e di anarchia ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza di Lina Wertmuller, 1973

A parte le urla insopportabili di donne sboccate (che durano almeno 40 minuti di mal di testa lancinante) è un film che merita di essere visto. Come al solito, la Wertmuller racconta la povertà, la rabbia, l'ingiustizia passando dal tono grottesco al tragico, saltellando dal serio al faceto e ricorrendo alla Melato e Giannini, due miti assoluti.
La Wertmuller è sottovalutata, probabilmente perché I suoi film di italiano hanno poco o niente... Eppure parlano dell'italia, quella vera, degli italiani, quelli veri, quelli sporchi, quelli populisti ma anche quelli onorevoli, con le loro contraddizioni, paure e ideali.
Bello.
Il mago di oz di Victor Fleming, 1939

Una signora di 45 anni che si veste ancora come se ne avesse 10 e parla come ne avesse 6, finisce nel magico mondo dei mastichini. Nonostante la strega cattiva e le scimmie volanti, riesce a tornare a casa felice e contenta e può continuare a fare la cretina con I parenti che la odiano visibilmente.
Canzoni carinissime, personaggi geniali, una storia incredibile. Insomma, tutto perfetto a parte la scema che, per quanto ci provi con tutte le sue forze, non riesce a rovinare il film.
Un cult.
Il mago Frank Morgan al leone codardo Bert Lahr
– Ti sei fatto l'errata opinione che solo perché rifuggi dai pericoli tu non hai coraggio. Tu confondi il coraggio con la saggezza. Nel paese da cui provengo ci sono degli uomini che sono chiamati eroi: una volta all'anno tolgono il loro coraggio dalla naftalina e lo portano in parata per le vie della città. E quelli non hanno più coraggio di te. Ma loro hanno una cosa che tu non hai: una medaglia.
Zelig di Woody Allen, 1983

Leonard Zelig ha talmente paura del giudizio del prossimo, da trasformarsi di continuo. Leonard è, come si dice, uno nessuno e centomila, è ebreo e cinese, è un suonatore di pianobar e un boss mafioso. Tutto, pur di appiattirsi e confondersi nel paesaggio, pur di non essere se stesso.
Girato come un finto documentario, è una delle solite genialate di Allen, mio regista preferito in assoluto.
Una parabola sull'amore, sull'impegno e sull'individuo. Irrinunciabile.
Voce fuori campo:
In fondo non fu l'approvazione delle masse a cambiare la sua vita, ma l'amore di un'unica donna.
Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen, 2008

Una è bionda, l'altra è bruna. Un'altra ancora è schizofrenica. Lui è spagnolo ed ha una relazione con tutte, in modo diverso.
Un film che non si capisce cosa vuole raccontare. Che l'amore non esiste? Che I rapporti sono destinati a finire, complicati o semplici che siano? Che è tutta un'illusione? Che siamo incapaci di rapportarci?
Boh, Allen questa volta ha toppato, mi è sembrato di guardare un trailer lungo un'ora e mezza.
Juan Antonio
Siamo fatti l'uno per l'altra ma non siamo fatti l'uno per l'altra: è una contraddizione.
Anything Else di Woody Allen, 2003

Storie d'amore che finiscono, dialoghi al limite del surreale (ma siamo sicuri? A me sembra che Allen mi segua per strada con un registratore, dovrei chiedergli I diritti prima o poi), un finale aperto e speranzoso.
Molto molto carino.
Woody Allen a Jason Biggs
Secondo te, la fisica quantistica ha la risposta? Scusa, ma a che cosa mi può servire che tempo e spazio siano esattamente la stessa cosa? Cioè, chiedo a uno “Che ora è?” e lui mi risponde “6 chilometri”? Ma che roba è?!
Alfie di Lewis Gilbert, 1966

Avevo visto il remake, con Jude Law. Mi aveva divertito, ho detto Chissà come sarà l'originale!
Presto detto: un film ignobile. Non ho mai visto un film più maschilista. con meno senso, più fastidioso di questo.
Lui è un violento che obbliga le donne ad abortire, fa pure loro la morale, non si prende le responsabilità della sua vita, se non picchia le ragazze le sottomette psicologicamente.
In tutto questo, mi attendevo un finale del tipo Ora impari, pezzo di merda.
Invece solo una leggera ammenda, del tipo “Come sono poverino, ho fatto qualche errore qui e là ma pazienza”.
Spero che il regista, lo sceneggiatore e tutti quelli che hanno partecipato a questo scempio, siano finiti a spazzare le strade.
Alice nel paese delle meraviglie della Walt Disney 1951

Sapete cosa vuol dire chiamarsi Alice, in questo mondo privo di fantasia?
Significa questo:
Piacere mi chiamo Salcazzo
Piacere, Alice
Oh, Alice nel paese delle meraviglie!
Questo simpatico siparietto – così poco scontato – accade 9 volte su 10. E la percentuale è bassa. Ecco perché ho sempre odiato questo cartone animato. Questi bastardi non mi hanno permesso di apprezzare il brucaliffo, lo stregatto, nonché il re.
Per fortuna I palmipedoni mi hanno portato di nuovo sulla diritta via...
Stregatto
Ma cara, qui siamo tutti matti... Io sono matto, tu sei matta, è un mondo di matti.
Mimì metallurgico ferito nell'onore di Lina Wertmuller, 1972

Fantastico. Questo è il cinema italiano che vorrei (va beh, non sempre, sennò non sarebbe più una gioia e uno stupore). Le contraddizioni che intercorrono tra l'azione e il pensiero, le lotte sindacali, la vita nel meridione, la mafia onnipresente, la condizione della donna. Qui c'è tutto.
La Wertmuller, come al solito, mette nel calderone tutto quello che ci caratterizza, tra il serio e il faceto.
Da vedere assolutamente.
Il comunista Giancarlo Giannini alla moglie Agostina Belli, che lo ha tradito
Ma Rosalia, ma che minchia di tradimento jè? Mi fai proprio cascare le braccia! Con uno che fa o’ finanziere, che ave cinque figli, dentro la cabina della gru e che si chiama pure Amilcare!
Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto di Lina Wertmuller, 1974

Il capolavoro della Wertmuller.
Qualsiasi cosa io possa dire, lo sminuirei e basta.
Giancarlo Giannini
– Brutta bottana industriale socialdemocratica!
Mamma mia di Phyllida Lloyd, 2008

Gli Abba violentati, una storia inutile, due cretini che si vogliono sposare, una meryl streep sprecata.
Un musical di merda che più di merda non si può.
Sam a Donna quando tutti devono dare una spiegazione della loro presenza sull'isola:
E io sono passato… per dire ciao…
Fantozzi di Luciano Salce, 1975

La vita di ogni operaio, impiegato, di ogni poveraccio nato in questo paese.
E nel finale è degnamente riassunta tutta la storia delle lotte per l'uguaglianza...
IMMANCABILE.
Il “megadirettore galattico” Paolo Paoloni e l’impiegato Paolo Villaggio/Fantozzi, scopertosi comunista
Ma caro Fantozzi, è solo questione di intendersi, di terminologia. Lei dice “padroni” e io “datori di lavoro”, lei dice “sfruttatori” e io dico “benestanti”, lei dice “morti di fame” e io “classe meno abbiente”. Ma per il resto, la penso esattamente come lei.
Friends Prima stagione

Credo di essere l'unica nel mondo a non avere mai visto Friends. Va beh, sì, qualche puntata qui e là ma niente di più. Che dire quindi di qualcosa di cui ormai han parlato tutti e da decenni?
Che fa ridere.
Che Rachel è bellissima.
Che Phoebe è il mio personaggio preferito.
Che Monica è psicopatica.
E un sacco di altra roba che avete pensato anche voi.
Bello bello bello, almeno per ora.
Il secondo tragico fantozzi di Luciano Salce, 1976

Ha dei momenti-capolavoro. Chi non si ricorda della Corazzate Kotiomki? O del Io sono stato azzurro di sci?
Temo però che I prossimi della saga siano solo una caduta di stile... me li consigliate?
Paolo Villaggio al cineforum, davanti alla platea
Per me, la “Corazzata Kotemkin”, è una cagata pazzesca!
Cabaret di Bob Fosse, 1972

Qualcuno mi aveva detto che io ero uguale a Lisa Minelli in questo film.
Considerato che Lisa Minelli è una svampita, irresponsabile e frivola, il tipo in questione deve avere un'ottima considerazione di me...
Un film del cazzo, comunque.
Marisa Berenson e Liza Minnelli
– Io non mangio mai fuori pasto.
– Io mangio solo fra i pasti
Amore e guerra di Woody Allen, 1975

Forse questo è il mio film preferito. Che poi è difficile stilare una classifica perché Allen è Allen, Allen sono io o quello che vorrei essere. Ma qui si va oltre perché c'è pure Bergman, c'è Il settimo Sigillo, ci sono I discorsi metafisici, quelli intellettuali, il surrealismo.
E' il film della svolta di Allen, da qui in poi inizia il mito.
IMPERDIBILE.
Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti.
Jurassic Park di Steven Spielberg, 1993

Diciamo che per gli amanti degli effetti speciali vecchia maniera (tipo King Kong, per capirci), metà della magia è compromessa. In più non aiuta la presenza dei due bambini malefici e la morale familiare che pervade l'intera pellicola.
Comunque alla fine si fa guardare e la scena dei dinousari in cucina, anche se ricalca quella dei Gremlins (sempre in cucina, guarda caso), giustifica la visione.
Alan Grant (Sam Neil) e John Hammond (Richard Attenborough)
Grant: Signor Hammond! Dopo attenta considerazione ho deciso... di non avallare il suo parco!
Hammond: Anche io!
Wall-E di Andrew Stanton, 2008

Cosa come il sale dà sapore ma è più dolce – molto più dolce – del miele?
Ah, ma è molto facile, rispose Bambulè, non sbagliò quando disse “L'amore”...
E non mi sento di aggiungere altro, per non rovinare la poesia.
Va beh solo una cosa: spero che gli umani scesi sulla terra non ripropongano di nuovo una comunità che si basi solo sull'arrivismo e sull'egoismo... ma so già che le mie speranze sono mal riposte...
Il capitano della Axiom
"Non possiamo permetterci di non fare niente per il nostro pianeta, perchè è proprio questo che abbiamo fatto per tutto il tempo, niente, Auto, niente!"
E' arrivato mio fratello di Pipolo e Franco Castellano, 1985

Renato pozzetto sfigato incontra renato pozzetto figo (che ci vuole fantasia, eh). Storia vecchia come il mondo, film buono per I pasti, come si faceva quando si andava a scuola.
Io sono fotogenico di Dino Risi, 1980

I primi dieci minuti sono fantastici. C'è pure una bestemmia urlata a tavola che mi ha fatto stramazzare dal ridere.
Per il resto, uno dei film peggiori che abbia visto con Pozzetto.
Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, 1981

Un film horror che non è horror, una commedia che non è una commedia, una trasformazione che ha fatto storia, talmente è dolorosa e realistica.
John Landis quando vuole è un genio.
Ah, tenetevi lontani dalla brughiera, che non si sa mai.
Colloquio in ospedale tra il Dott. Hirsh e David Kesslar
"..un uomo? Io ho visto cosa è successo,un uomo a mani nude non è capace di commettere cose simili..."
(Dott.Hirsh a David) "Ti stupiresti a vedere gli orrori di cui l'uomo è capace!"
La moglie di Frankestein di James Whale, 1935

Il mostro è solo e arrapato, così gli costruiscono una compagna. Ma questa scappa via terrorizzata.
Il mostro, frustratissimo, si incazza.
Un altro di quei film inutili che sono passati alla storia per motivi arcani.
Ernest Thesiger
– A un nuovo mondo di dèi e mostri.
Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau, 1922

Per me, nosferatu di Murnau, è una cagata pazzesca!!!!!!
Gli uccelli di Alfred Hitchcock, 1963

Una cretinetta piena di soldi fa 534534534 chilometri per civettare con un tipo che le piace. Ma le civette, stanche di essere messe in mezzo da personaggi inutili come questi, si alleano ai canarini, alle rondini e a tutti gli esseri con le ali e partono all'attacco.
A parte I personaggi sempre senza spessore, il resto è da brividi. L'attacco alla scuola, la fuga in macchina, anche gli uccelli in soffitta...
Il silenzio che precede l'attacco e il silenzio che ne segue, il grandissimo dialogo nel bar, dove gli scettici filosofeggiano sulla vita animale.
A me che di solito hitchcock fa cagare, ha messo I brividi.
L'uomo lupo di George Waggner, 1940

Essere uomini lupi vuol dire essere degli idioti pelosi.
Un altro film di merda, e va beh.
Claude Rains a Lon Chaney Jr., trasformato in licantropo
Larry, figlio mio, c’è forse qualcosa che non va?
L'esorcista di William Friedkin, 1973

Questo è IL film dell'orrore per eccellenza.
Musica da brivido.
Trucco terrorizzante.
Situazione devastante.
Il conosciuto che diventa sconosciuto, lo sconosciuto che si palesa sotto forma di bestia immonda, di grida strazianti, di sangue, di violenza, di voci familiari che diventano più che inquietanti.
Unica pecca: il finale. Forse non sapevano più che pesci pigliare...
Hai visto cos'ha fatto quella stracciacazzi di tua figlia?
Riposseduta di Bob Logan, 1990

Vince la palma d'oro per il film più brutto della storia.
l giovane prete Anthony Starke e l’indemoniata Linda Blair
Tu sei solo una creatura infernale, io rappresento il credo professato da popoli interi. Lo sai che la religione cristiana è seguita da più di un miliardo di persone?
Capirai: anche la ruota della fortuna.