



Il mio primo fidanzatino si chiamava Albert.

Abitavamo a Boissano, in provincia di Loano, il paese dove viveva e vive ancora oggi Gianfranco Funari. Incontravamo Funari dappertutto, a fare la spesa, a comprare le sigarette, in piazza. Mio padre continuava ad andare davanti a casa sua, per guardare da vicino come vivono i ricchi, con l’invidia che saliva e a noi sembrava tutto magico, come se Funari avesse i super poteri, come quella volta che eravamo in Corsica e mio padre si è messo a guardare in religioso silenzio la presunta casa al mare di Paolo Villaggio.
Albert aveva una collezione pazzesca di micro machine, era la sua passione. Garage delle micro machine aeroporto stazione ferroviaria autostrada benzinaio, tutto quello che la giochi preziosi aveva tirato fuori lui ce lo aveva. Passavamo le giornate a giocare non ricordo altro ricordo solo quel giorno che eravamo in piazzetta, io mano nella mano con mia mamma, lui mano nella mano con sua mamma, era estate e faceva caldo e lui aveva questi pantaloncini. Le gambotte bianche e grassocce uscivano da quei pantaloncini, avevo provato ribrezzo e delusione.

Giorni dopo eravamo in gita con la scuola in un uliveto e ci eravamo lasciati, ero rimasta troppo scandalizzata da quelle gambotte grassocce non ce la facevo proprio ad avere un fidanzato così.
Il secondo fidanzato si chiamava Alessandro e a me non piaceva mi è piaciuto perché mia madre continuava a parlare di quello lì perché diceva che era bello. Mia madre ha sempre avuto dei gusti di merda ma allora non è che mi ribellassi molto.
Il mio primo bacio l’avevo dato ad un marocchino o qualcosa del genere al mare, a Lerici, era stata una cosa schifosa, tutta viscida e molle.

Mi dicevo ma la gente è scema, che piacere c’è, ed avevo smesso.
Ho ripreso anni dopo, quando la mia vita era rinchiusa nel piazzale Cadorna, tra il giornalaio il videotape il fotografo il dottore psicopatico che stava nell’ambulatorio di fronte a burger king burger king spizzico i tizi di quella setta di cui non ricordo il nome che cercano di prenderti quando sei depresso per non farti uscire mai più bindi i piccioni di bindi i treni che partivano sempre in ritardo a volte in orario dai binari che vedevo ogni giorno.
Il mio primo ragazzo si chiamava Gino. Era un tizio che continuava a farsi le canne tutto il giorno, aveva un cane che si chiamava Castelvania come il gioco della Nintendo ed abitava a Rozzano, il bronx della lombardia. Trenta e passa anni e stava ancora a vegetare con mamma e papà. Interessi zero musica che ascoltano i vari pseudo comunisti che pensano che essere comunista è solo farsi le canne farsi le canne farsi le canne farsi le canne e farsi le canne.

Gino lo chiamavo Svelto. Per ovvi motivi. La mia prima volta, quella sospirata e ricordata dal mondo, era stata squallida e rozza, su di un materasso poggiato sul pavimento sporco della mia cucina, mentre il mio coinquilino dormiva nel suo letto, nella casa senza finestre, con le formiche e la lavatrice che perdeva. Svelto durava sette secondi, era tutto mortalmente noioso, non capivo la gente cosa continuasse a parlare di sesso e robe simili. Con Svelto Gino era finita quasi subito, eravamo andati in vacanza ognuno per conto proprio ed avevamo trovato di meglio.
Lui una ragazza tutta perfettina che andava a ballare i Modena City Ramblers come fosse musica da camera quando si sa che i modena sono da poco e se ci vai con i tacchi ti uccidono e fanno pure bene. Io con un barbone che si chiamava Luca che avevo conosciuto a Riccione durante il quarantennale dei Nomadi.
Faceva caldissimo ma il mare era uno schifo.

Se fossimo entrati a fare il bagno ci saremmo presi la lebbra o qualcos’altro. Allora abbiamo fatto il bagno nella fontana che c’è nella piazzetta, ancora oggi, che sembra che ha tutte le vele, l’acqua sapeva di cloro era pulita. Anche il barbone Luca era entrato, avevamo iniziato a giocare, lui si lavava nel frattempo che non è che lo facesse proprio tutti i giorni ma il bel gioco dura poco perché è arrivata una poliziotta, ci ha portati via ed è finita lì.
Avevo incontrato Luca il barbone di nuovo a Milano, alle colonne di san Lorenzo, per caso. Incredibile, era destino. La nostra storia è durata un’ora avevo schifo di quei denti di quella puzza di quel modo di vivere di uno che aveva i soldi ma per fare il ribelle viveva per terra ora alle colonne di san Lorenzo ora in duomo ora a riccione nella fontana.
C’erano state alcune notti di sesso scadente sesso non consumato voglio fare sesso no ci ho ripensato scusa ma pensavo fossi diverso. Come quella notte, sempre nella casa senza finestre che se potesse parlare ne direbbe delle belle, con quel metallaro grassissimo, con i capelli più lunghi dei miei, notte finita su di un tram, notte ti prego finisci presto che è terribile.
Con Svelto andavamo sempre nel prato di fronte a casa sua, a portare a fare i bisogni Castelvania. Guardava l’albero e mi diceva sai lì si è suicidato un ragazzo.

Stava lì, guardava, come se dovesse comparire da un momento all’altro il morto penzolante freddo, depresso, morto. Invece non accadeva niente. Castelvania correva ed io pensavo ad un giorno. Un giorno che mio padre morirà, mia madre anche ed io sarò ancora qui. Pensavo che sarei andata a casa loro, avrei buttato via gli spazzolini da denti che non servivano più, avrei scelto tra i vestiti di mia madre, tra i libri di entrambi. Cosa avrei fatto di tutti quegli oggetti inutili come i galli di vetro colorato, giganti come statue oppure della rosa del deserto o di quelle spade spagnole messe sui muri e le maschere e il tavolo di vetro. Tutto sarebbe stato mio, tutto, avrei messo l’accappatoio di mio padre, mi sarei sdraiata sul suo letto, aperto i cassetti, trovato gli spiccioli che metteva dentro al comò. Quegli spiccioli sarebbero finiti nelle mie tasche, li avrei spesi per una birra, per del latte, per un libro per qualsiasi cosa che lui non avrebbe comprato.
Loro sarebbero stati sotto terra, tutti i miei incubi dell’infanzia sotterrati, la prossima a morire sarei stata io, in prima linea, tocca a me.

Guardavo l’albero dell’impiccato e pensavo che aveva fatto bene, se ne era andato prima, senza dover subire quell’incertezza di quando sarà il momento se verrà mai e come sarà.
Questo racconto è stato pubblicato anche nell'antologia "Rac-corti" edita da Giulio Perrone.
Non ve ne siete accorti.
Lo so che la vostra vita sta continuando tranquilla, noiosa, come al solito.
Eppure, cacchio, è accaduta una cosa EPOCALE.
Guardate qui chi c'è...

Già. I Bee Hive sono tornati.
Con loro, tutto lo spirito degli anni '80 si rifà vivo. Con degli evidenti acciacchi dovuti al tempo, come è ovvio.
Mirko – che poi si chiama Pasquale, nella vita vera – non ha più i capelli tinti alla punk. Grave perdita per tutti noi.
Satomi ha tagliato la folta chioma ed è quasi irriconoscibile.
Però la musica è quella.
La cosa più bella di tutto questo è che i nostri sono in tour. Potrebbero toccare proprio la vostra città.

Contenti?
Siete liberi di mettere la vostra maglietta con il faccione di Cristina D'avena, liberi di urlare cose terribili che sono stati inni della nostra giovinezza.
Una rifrescata?
Che dite di questa?
Forza, cantiamo tutti in coro!
UUUUUUUUUUUUU io con te vorrei esser già sull'autostrada! FREEWAY!
UUUUUUUUUUU io con te, solo il vento io con te! I SAY!
UUUUUUUUUUUUU la pioggia il vento il sole io e te
così io e te!
Verdi prati poi chissà un bel mare blu!
Yesterday, yesterday, yeh!!!
FREEWAY, FREEWAY, NEL VENTO IO E TEEEEE...

Io mi sto preparando.
Mi sto improvvisando medico con l'allegro chirurgo.
Investigatore con Indovina chi.
Dormo nel Pisolone da diverse notti.
Ed il Pirata pop pop – o come diavolo si chiamava – nella botte non è più sicuro e sprizza come un siluro.
State all'erta. E' quasi ora di tirare fuori i camicioni a quadri e il commodore 64.
Già.
I Bee Hive sono tornati.

E questo è uno dei primi segni dell'apocalisse imminente.
Ottaviano Augusto costrinse i Romani a scegliere l'onestà.

Uccise tutti quelli che si opposero. Così propose anche Machiavelli, con l'idea di essere temuti ma non odiati. Cito Kurt Vonnegut: «I romani sorpresi a comportarsi come maiali furono appesi per i pollici, scaraventati nei pozzi, dati in pasto ai leoni e sottoposti ad altre esperienze tali da instillare in loro il desiderio di essere più decenti e fidati di com'erano. Funzionò? Potete scommetterci la testa! I maiali scomparvero d'incanto! E come chiamiamo il periodo seguito a questa repressione, oggi inimmaginabile? Né più né meno, amici e compagni, che l'Età d'oro di Roma».
Ecco cosa penso io. Potrei già finirla qui ma invece no, devo argomentare. No, la democrazia è fallimentare. No, non credo che tutti abbiano diritto di parola. No, non credo che sia giusto che individui possano liberamente discutere sulla malattia degli omosessuali, sulle donne assassine o boiate interminabili. No, credo ci voglia qualcos'altro. La democrazia, nel nostro stato, è illusione.
Dal dopo Mussolini, ci siamo illusi di votare e decidere. Eppure, non è mai cambiato nulla. Mai. Dc. Dc. Dc. D'Alema. Berlusconi. Prodi.

Berlusconi. Che altro non sono che Dc, sotto altri nomi.
Dal dopo Mussolini le persone sono state ammaestrate a credere che non esistesse che l'inevitabilità, il dover parteggiare per il meno peggio, o contro qualcosa. Mai, e dico mai, un voto italiano è stato dato con soddisfazione. Mai, e dico mai, la democrazia è stata la voce del popolo.
O forse mi sbaglio. La voce del popolo c'è eccome. In fondo se la classe politica è marcia è perché prima siamo marci noi. Anzi, voi, perché io me ne tiro fuori senza alcun timore di sbagliare. Andare a votare, sempre e comunque, perché è dovere, ha portato solo all'essere stagnante, al non poter mai scegliere. Anno dopo anno la possibilità di avere un candidato deciso dalle persone sfuma. Anno dopo anno, però, milioni di italiani si limitano a dire sono tutti uguali, ma quello è peggio. Questa è forse democrazia? Certo che no.

Siamo poi così sicuri di volere una democrazia in questo paese? Paese in cui il cattolicesimo dilaga – con i bravi concetti legati al terrore, alla sottomissione, alla regressione – in cui gli omosessuali vengono visti ancora come dei pervertiti, in cui la Famiglia è sacra (salvo poi vedere donne e bambini molestati, e con quali dati preoccupanti!), in cui rubare è imperativo. In cui molta gente non è in grado nemmeno di parlare correttamente l'italiano. Dove interi eserciti di bambini vengono allevati da personaggi egoisti, abietti, spesso violenti e crescono per diventare a loro volta egoisti, abietti, violenti. Dove la televisione, i giornali, la stampa, la musica, tutto è legato all'imperativo della mediocrità.
No, questa non è democrazia. Questo è Licio Gelli trasformatosi in realtà. Cosa voleva Licio? Licio, per chi non lo sapesse, era il gran maestro della P2, la loggia massonica presente in tutti i fatti di cronaca nera e di politica dell'Italia degli anni '80. Ustica, Bologna e tutti i casi famosi hanno dietro, in qualche modo, Licio. Cosa voleva dunque? Prendere il potere, senza più nemmeno la violenza. Controllare le menti, fare in modo che le persone dicessero sempre le stesse ovvietà, focalizzando l'attenzione su fattucoli privi di importanza, per permettersi azioni altrimenti intollerabili.
E funziona, eccome se funziona. La gente, convinta di scegliere, si adagia. La gente, ammorbata dai programmi televisivi privi di neuroni, consegna il non voto alla democrazia, si illude di stare compiendo una scelta.

E i burattinai si succedono, anno dopo anno, fornendo informazioni scarse. Quelli che mal pensano, quelli che non si accontentano della patina colorata di nullità che li circonda, trovano barlumi di verità. Ma non è più importante, non sono pericolosi. Tanto rappresentano una minoranza schiacciante, minoranza tra l'altro fortemente frammentata al suo interno.
Personalmente, non credo più nella democrazia. I grandi pensatori (Socrate, per esempio) sono stati massacrati da quella che chiamiamo democrazia. Platone voleva massacrare i deboli e gli inetti ed io non sono da meno.
Non credo nel voto, non credo nelle parole, non credo soprattutto nelle persone. La società ormai è talmente marcia... Anzi, non la società. LE PERSONE sono marce.

Talmente marce da non meritare pietà, da non meritare compassione. Sono talmente egoiste e vuote da votare solo quando la cosa li riguarda. Quando possono trarre vantaggio dai fatti. Oppure votano la fazione: Ah, io sono di sinistra. Come se questo li definisse in qualche modo migliori. No, questo è un popolo, un mondo di beoti. Beoti che hanno permesso, in nome della democrazia, di far lavorare otto ore al giorno la gente, di farli ringraziare per avere un posto di lavoro – spesso inutile – dove vengono maltrattati (quando non muoiono). Dei perfetti schiavi agonizzanti, senza che lo sappiano. Persone che non sanno cosa fare del loro tempo libero, che desiderano tornare a lavorare anche quando sono in ferie, vivendo poi il resto dell'anno in attesa delle ferie e il cerchio non si chiude mai. Degli schiavi che hanno distrutto l'ecosistema, che hanno messo il denaro come valore (non intendo valore assoluto, ma come valore e basta) e il lavoro come status di dignità. Questo, ha fatto la democrazia.

Chi ha cultura viene deriso da quelli incolti. Questo è un paradosso che può avvenire solo oggi, nel mondo democratico e non pensante. Grazie agli esempi squallidi presenti nella televisione e nel mondo politico, viviamo in una non democrazia in cui si vota, si parla, in cui non c'è nemmeno più bisogno di uccidere per fare quello che si vuole. E' un sistema perfetto, alimentato da teatrini inutili in cui la gente crede ancora, nonostante siano identici a se stessi da secoli.
Facciamo un gioco.
Qui, nelle mie mani, ho una collana. A turno, uno di noi prende la collana e se la mette al collo.

Da quel momento il proprietario della collana deciderà per tutti. Quando vi sarete stancati del potere di quello della collana, gli chiederete gentilmente di toglierla e passarla a qualcun altro.
Questo raccontava Gaber, negli anni settanta. La collana non è mai girata, la portano addosso sempre le stesse persone. La gente ogni tanto si lamenta, chiede di far passare di mano la collana. E mentre vota dimentica che le mani sono le medesime, sudate, sporche, ma piene di fastosi anelli.
Forse è meglio che vi salvi. Forse è meglio che diventi il nuovo Ottaviano Augusto.
Secondo me sarebbe un posto migliore.

Essere diversi in questa cultura significa non cedere alla sottomissione. Significa non dimenticare che si vive una sola volta nell'arco intero dell'eternità e che questa occasione va vissuta nel migliore dei modi. Significa anche scoprire che ogni essere umano è un assoluto capolavoro. Da quando ho scoperto questa cosa tanti anni fa, quando andavo in giro con un sacco a pelo e con mille lire in tasca nel Medio Oriente in Africa e mi svegliavo nei posti più strani.. davanti a me c'era sempre una donna con un piatto di cibo o un uomo con del formaggio o del pane... E nei loro sguardi c'era un'infinita maternità e un'infinita paternità ed io mi sentivo adottato da questa nuova, vera famiglia che era quella di sei miliardi di persone...
Silvano Agosti

Oggi pomeriggio - lunedì 5 maggio - alle ore 15 sintonizzatevi su
http://www.radiocafoscari.it/.
Io sarò lì e sparerò anche parecchie cavolate delle mie.
Per chi invece volesse incontrare questa illustre, magica e importante star, può venire a vedere un paio di presentazioni che farò in quel del Piemonte.
La prima si terrà mercoledì 7 maggio alla Biblioteca civica di Tronzano Vercellese (vc),alle ore 21. In via Roma.
La seconda invece sarà a Novara, '8 di maggio, presso l'Irene art cafè (guardate QUI ).
Sempre alle 21. Il posto è in Corso Italia, 34/C.
Detto questo, metto la splendida recensione scritta da Finazio un po' di tempo fa.
Leggete signori! Leggete!
Guardate questa donna negli occhi: costei sa tutto.

Non lasciatevi confondere dallo sguardo dolce e dal viso simpatico. Dietro si nasconde una Consapevole. A breve il suo sorriso sfrontato potreste ritrovarlo in un pupazzone della Rinascente o dell'Upim, perchè è quello il destino che attende i Consapevoli: essere uccisi e poi trasformati in manichini.
Chi è il responsabile di tutto questo? L'Essere Bianco, il potente exogino che mira al dominio assoluto dell'Universo. Il cattolicesimo è la loro emanazione terrestre. Basterebbe analizzare freddamente i discorsi di Uoitila (non è un refuso) e degli altri per accorgersene. Alice ha scoperto tutto, per questo niente lenisce il suo dolore, e sotto le mentite spoglie di Talmud ha scritto un libro per metterci in guardia, per scoperchiare il nauseabondo pentolone che nasconde tutti i segreti di questa società infame controllata dagli exogini attraverso la potente legalina.
La legalina è la sostanza che ci fanno assumere spargendola ovunque, ci omologa ed è responsabile della nostra pochezza intellettuale.

La legalina ci confonde. Ci fa adorare il cattivo exogino bianco e ci fa odiare chi ha un pensiero appena difforme dalla massa. Chi fa del bene, chi abbraccia la missione di aprire gli occhi al mondo, è giustiziato. John F. Kennedy, Martin Luther King, Gandhi, John Lennon, Pier Paolo Pasolini sono solo un esempio. Ma anche nella vita comune quante persone perdiamo di vista e non ritroveremo più? Ogni tanto qualcuno smette di assumerla, la maledetta legalina, inconsapevolmente o meno, e finisce come il pompiere di "Farenheit 451", o come l'innamorato protagonista di "Morte A Venezia". Parola di Talmud.
Ma da dove vengono gli exogini, e dove si nascondono?

Vengono dallo spazio. Probabilmente anche Gesù era uno di loro, forse è stato addirittura il primo astronauta della storia. In quanto a nascondersi, semplicemente non lo fanno. Sono tra noi, ovunque. I bambini sono tutti exogini, forse sarebbe più giusto chiamarli come fa Talmud, bambalieni. I bambini rappresentano il massimo della potenza che si esprime nella nostra società, al punto che la stessa società è ripiegata su di loro. Basti guardare la cultura imperante: cinema, tv, musica, tutto è a misura di bambino. Da adulti i bambalieni mutano. Forse noi stessi siamo bambalieni mutati, senza più consapevolezza. Altri invece conservano la loro identità. Cosa sono Michael Jackson, Giancarlo Magalli, Mike Bongiorno, se non alieni? E cosa sarà il comico in tenuta bianca e bandana col quale Talmud si è fatta/o fotografare?

Alice ha capito tutto. Ad esempio che ce l'avevano con Calimero proprio perchè era nero. Che ha più senso ascoltare un ubriaco fuori la chiesa che l'essere bianco all'interno che spaccia per parabole inni all'odio e all'intristire. E senza timore alcuno ci rivela i tre misteri dell'exogino ed addirittura, nell'ultima pagina, l'identità dell'Essere Supremo, il Signore dell'Universo. In fin dei conti siamo tutti figli delle stelle, figli della notte che ci gira intorno... Se tutto questo vi sembra strano è perchè non avete ancora capito il mondo in cui vivete. Perchè avete assunto la vostra dose quotidiana di legalina.

Così come George Orwell ha cercato, senza riuscirci, di metterci in guardia contro il pericolo di un Grande Fratello, allo stesso modo Alice Suella batte il tamburo di allarme contro l'Essere Bianco, e lo fa attraverso un flusso di pensieri che si fa parola, dove i confini di spaziotempo raggiungono picchi di relatività da far impallidire un Kurt Vonnegut marinato nell'einsteinismo. Tra le pieghe del suo racconto fanno capolino l'infermiera pazza Annie Wilkes ed il guardiano alberghiero Jack Torrance, il clown venditore di palloncini meglio conosciuto come It e il sopravvissuto diventato leggenda Robert Neville, Clara Malausséne ed il piccolo principe, M e Damien. Le citazioni vanno da Bukowski a Franco Califano, passando da Pasolini e Baccini. La scrittura procede scorrevole e felice. Alice Suella è un'autrice vera, sarebbe bastato leggere il suo blog per scoprirlo, "L'Oro In Bocca" è solo la materializzazione cartacea del suo talento incontestabile. Meriterebbe un editore più potente, una distribuzione più capillare. Se la vostra libreria ce l'ha prendetelo. Se non ce l'ha richiedetelo. Ne vale la pena, davvero.
Un brivido mi corre lungo la schiena: il primo dei tre misteri dell'exogino l'avevo anticipato io addirittura nel giugno scorso qui.

Anche se, come dice Talmud, ogni pensiero è patrimonio collettivo ed ognuno può pescare nell'inconscio altrui, non mi attenderà un futuro da manichino taglie forti in Corso Buenos Aires?
E poi uno non si deve incazzare, eh?

Succede che, per farmi rodere il fegato, apro la pagina di Repubblica per leggere almeno i titoli per sapere se il regime/una bomba qualche tragedia mi colpirà durante la giornata.
E succede che leggo articoli come questo QUESTO e vengo sopraffatta dal vomito.
No, perché voi avete tanto, troppo, ripetuto la storia che Beppe Grillo direbbe peste e corna sulla stampa perché, mah, vuole diventare giornalista col suo blog. Come se ne avesse bisogno, d'altra parte.
In questo articolo indecente e anti-democratico viene ammonito Santoro per avere fatto vedere il video integrale di una parte del V day tenuto a Torino il 25 di aprile.
Ora, io non sono stata al V day e non ho firmato per diversi motivi che ora non sono importanti. Al solito, stimo Beppe Grillo perché agisce invece di dire solo un serie infinita di ovvietà e invece di lamentarsi come usa fare l'italiano medio – come tali siete voi che leggete ed io che scrivo, probabilmente.
Bene, detto questo quello che mi fa disgustare e irritare è che non solo la stampa e i tg non abbiano parlato assolutamente del V day, se non per sminuirlo e renderlo quasi una rivoluzione ridicola di quattro idioti in piazza (che poi gli idioti abbiano raggiunto il milione di firme, questo è un particolare poco saliente, a quanto pare) ma anche che un giornalista, quale è Santoro, come si permette di mostrare ciò che è successo in una piazza d'Italia – e manifestare è cosa ancora demoratica – ecco che viene ammonito.

Ammonito perchè Grillo si permette di insultare Napolitano che, se non volesse essere insultato, potrebbe semplicemente comportarsi da Presidente della Repubblica costruttivo e intelligente. Invece, da quando ha raggiunto la carica, ha solo pronunciato una serie di vergognose opinioni intollerabili. Per non parlare degli "insulti" rivolti a Veronesi che sono inattacabili.
Direi che quelle parole sono ben meritate.
Bene, l'articolo riporta le parole di Petruccioli che meritano talmente da essere ricopiate anche qui. Leggete.

«Per la mia funzione e personalmente faccio ammenda e prendo impegno, nell'ambito delle mie responsabilità, a fare tutto il possibile per impedire che qualcosa del genere possa ripetersi'». Queste le prime parole del presidente della Rai. '«Ieri sera - prosegue - Michele Santoro ha di nuovo messo il servizio pubblico radiotelevisivo a disposizione di Beppe Grillo; il quale ha rivolto insulti inconcepibili al Presidente della Repubblica, oltreché a una personalità universalmente stimata come il professor Umberto Veronesi'». Conseguenza: «Il danno, l'umiliazione e la vergogna che vengono al servizio pubblico da questi episodi sono incalcolabili», visto «l'appalto, di fatto, della tv pubblica a terzi che ne fanno un uso arbitrario e indecente. Chi è responsabile di un programma non lo è solo per quanto dice personalmente, ma per tutto quel che avviene, non ci sono zone franche'».
Strana idea della vergogna.
Infatti la cosa più grave di tutta questa puntata di Anno Zero sono gli insulti di Sgarbi mostrati, su Repubblica, quasi come un'uscita folkloristica e divertente del nostro ministro della cultura (o della coltura, dovrei dire?). Sgarbi, infatti ha insultato e interrotto ripetutamente Marco Travaglio occupato a parlare di giornalismo.
Guardate i video voi, ho poco da aggiungere:
Questi sono insulti inconcebili, che recano danni, umiliazione e vergogna.
A me fa ribrezzo una televisione ed un giornalismo in cui viene permesso di urlare, sbraitare, insultare senza nemmeno ricevere un'ammonizione, anzi divertendosi osservando certi turpiloqui. Marco Travaglio, checchè ne pensiate, è uno dei pochi giornalisti obiettivi, informati e senza peli sulla lingua che abbiamo in Italia. Dovrebbero essere preservati certi individui e ostracizzati quelli incapaci di dialogare.
Non trovo intollerabili gli insulti al presidente della Repubblica, soprattutto se penso che la televisione non dovrebbe essere influenzata minimamente dalla politica.
Ma non solo. Dovremmo smetterla di pensare che questi personaggi presenti nella politica siano intoccabili perché fanno della politica un mestiere.

Dovreste smetterla di dire cose banali come «Beppe grillo sta perdendo di credibilità» quando guardate giornalmente trasmissioni del genere in cui i politici comandano senza alcun limite. Dovreste smetterla perché Grillo, inconguente, irruente e quant'altro, comunque FA. Mentre voi avete dato il voto a questi personaggi che non desiderano altro che zittire chiunque abbia un minimo di cognizione sulle cose che capitano.
Non per niente Santoro e Travaglio probabilmente non saranno più in televisione, a breve il cda infatti prenderà i suoi provvedimenti.
Non perché Sgarbi si è permesso di usare un linguaggio da strada contro un giornalista che cercava di fare il suo mestiere ma perché un giornalista si è permesso di mostrare una manifestazione di piazza in cui venivano gridati i malcontenti che molti di noi si portano dentro.

Napolitano è lo stesso che ha detto che le manifestazioni di piazza non sono il sale della democrazia, lo stesso che se ne è lavato le mani delle litigate anche non politicamente corrette tra politici che invece di pensare ai cittadini pensano alla loro futura/presente candidatura.
E mi vergogno di leggere che Sgarbi ha tenuto un j'accuse, come se avesse fatto uscire da quella bocca dei dati, dei fatti oltre al sei un testa di cazzo o persona di merda quale sei tu.
Se questo è il giornalismo e la televisione che volete, continuate a dire che Beppe Grillo sta perdendo di credibilità. Però mi sembra che siate abituati a politici e a uomini di spettacolo ridotti a ministri che non solo non hanno credibilità alcuna ma fanno anche ribrezzo per le poche qualità oratorie di cui sono provvisti.
Questo è un J'accuse. Altro che Sgarbi.
Buon primo maggio, lavoratori!
Ecco a voi il solito post cinemoso del mese... D'ora in poi avrete una citazione rappresentativa di quasi ogni pellicola.
Buona lettura e buona visione!!!
L'odio di Mathieu Kassovitz, 1995

Tre poveracci in giro per la città – francese – in cerca di guai. E li trovano.
Ottimo film: bella la fotografia, la musica, violento, destabilizzante.
Da vedere.
Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Ill problema non è la caduta... ma l'atterraggio!
Chinatown di Roman Polanski, 1974

Il meno possibile. Questo è quello che faccio io nella mia esistenza e questo è quello che fa anche Jack Nicholson in quel di Chinotown, per evitare di venire massacrato.
Nonostante questo, per tutto il film viene picchiato e il suo naso ne risente.
Polanski, come quasi sempre, non delude. Ottimo film di “genere”, qualsiasi cosa questo significhi.
John Huston al detective Jack Nicholson:
Lei ha un’orrenda reputazione, signor Gittes: mi congratulo.
Dove sognano le formiche verdi di Werner Herzog, 1984

I culi nudi dell'australia difendono strenuamente un loro posto sacro. I bianchi senza scrupoli se ne fregano, rubano loro la terra, il posto sacro e regalano loro persino un aereo con il quale, alcuni di loro, si schiantano su una montagna.
Herzog, al solito, è da VEDERE.
Ma quello che mi fa sbellicare è Morandini: lo definisce “western cosmogonico” ma, soprattutto, “film sconsolato che contempla il fallimento della civiltà occidentale, ma con la speranza che si può ancora tentare di salvare qualcosa”. Fate un po' voi: si conclude con alcuni aborigeni morti, il posto dove sognano le formiche verdi distrutto e l'unico bianco pensante decide di viver